Ho avuto il piacere di intervistare gli Amarcord, band fiorentina che si è formata nel 2006. Il loro nome si ispira all’omonimo film di Fellini, ma come ci spiega il cantante della band, anche ad un progetto di scrittura in lingua, che si inserisce nella tradizione della canzone italiana, contro l’abbandono della nostra lingua madre.

Il 26 gennaio è uscito il loro disco d’esordio – Vittoria – per La Clinica Dischi. Il brano –  Psicosi – ha anticipato l’uscita del disco ed ha favorito la band che, si è così aggiudicata al Rock Contest, il Premio Ernesto De Pascalecome miglior testo. Tale premio ha offerto agli Amarcord una bella opportunità, quella di registrare per una settimana a Correggio, nello “ Zoo Studio “ di Luciano Ligabue.

Vi siete formati nell’ormai lontano 2006, raccontateci un po’ la storia della vostra formazione…come vi siete conosciuti? E perché avete deciso di chiamarvi con un nome che ha a che fare con il tema della memoria?

Gli Amarcord sono un progetto che praticamente esiste da quando, per la prima volta, ci è venuto in mente di formare una band. Sono il frutto dell’unione di amicizie, di parentele e di incontri fortunati e casuali. Se dovessi ricostruire una cronologia perfetta degli eventi che ci hanno portato a costituirci non saprei farlo, tuttavia quello di cui sono certo è che se ci troviamo a parlare di questo percorso nel 2016 allora vuol dire che sono successe molte cose improbabili.

Quando abbiamo scelto il nome eravamo circondati da gruppi con nomi stranieri. Noi volevamo opporci a questa tendenza esterofila e quindi “Amarcord” ci ha dato la possibilità di tenerci allacciati alla tradizione delle belle produzioni artistiche italiane, lasciando intatto quel potere evocativo che hanno le parole che suonano estranee al lessico quotidiano. Se, infatti, la parola Amarcord può suonare familiare ai più grandi, ciò non accade per i nostri coetanei (cinefili a parte) che non conoscono l’opera di Fellini.

Veniamo al tema della memoria. Nel nostro progetto è centrale la scelta di seguire una scrittura in lingua che si inserisca nel solco della tradizione della canzone italiana. E’ una scelta contro l’abbandono dell’italiano e delle sue nuove possibili forme, della sua tradizione. Questo abbandono che si è avuto negli ultimi anni, seguito in modo trasversale sia dai talent sia dalle band italianissime per nascita che si esprimono in inglese, è una tendenza che innesca un cortocircuito culturale di finzione, provocando un’estetica da grandi magazzini. In questo senso le nostre canzoni si formano su un tessuto di memorie e contesti con una collocazione geografica e storica ben precisa.

Lo scorso 4 dicembre, avete vinto al Rock Contest il Premio Ernesto De Pascale come miglior testo per il brano “ Psicosi “ quali sono state le vostre sensazioni, ve lo aspettavate? Era la prima volta che partecipavate a questo concorso?

Non ce lo aspettavamo. E’ un bel riconoscimento al nostro lavoro e al nostro percorso. Dobbiamo ringraziare “Il popolo del Blues” e la giuria che ci ha scelto. In questa edizione, doppia soddisfazione, il premio arriva direttamente dalle mani di Luciano Ligabue, che di belle canzoni ha riempito i canzonieri, il premio ci permetterà di andare a registrare una settimana nel suo Zoo Studio di Correggio.

Vi siete appunto aggiudicati questa settimana di registrazione nello “ Zoo Studio” . . . sapete già chi vi seguirà in studio? Registrerete lì il vostro secondo album?

Le dinamiche dello zoo studio non le conosciamo ancora. Approfondiremo il discorso nei prossimi mesi. In studio, comunque, non potrà mancare Alex Marton che ha prodotto e registrato il primo album con noi. Sfrutteremo il premio per fare le riprese e una grossa parte del lavoro del secondo album di cui stiamo già arrangiando e limando i brani.

Di cosa parla il brano Psicosi e cosa ha ispirato la sua creazione?

Psicosi è un brano che è stato scritto quando ancora andavamo al liceo. E’ una canzone che ha segnato un periodo delle nostre vite.

Il primissimo spunto, testimoniato da un diarietto, nasce a Dublino, in una residenza per imparare l’inglese, finita poi tra le braccia di ragazze spagnole. Si scoprivano i Mogway sdraiandosi su verdissimi prati irlandesi.

Psicosi è il ritratto di un’intimità allucinata che si rivolge a una figura femminile. Nel testo si gioca sul significato della parola commozione che implica appunto un movimento, un’oscillazione (“mi sposti da luoghi sicuri”). E’ una canzone sul riscatto dell’immaginazione contro una realtà incerta.

Il brano sarà inserito nell’album d’esordio – Vittoria – potete anticiparci qualcosa sul disco?

Assolutamente sì. Psicosi sarà inserito in Vittoria che è in uscita il 26 gennaio per La Clinica Dischi. L’album, per noi, rappresenta un passaggio chiave. E’ il risultato dei vari tentativi di approfondire linguaggi diversi, con l’idea di non piegare il testo alla musica e viceversa. E’ la ricerca di un equilibrio tra un testo musicale e metrico e un sound di ispirazione internazionale. “Vittoria” è il disco che ci ha visto crescere, dal liceo fino alla disoccupazione, (in realtà siamo tutti laureandi!) e quindi porta con sè inevitabilmente tutta una serie di ricordi felici, dalla convivenza a Follonica (in trasferta) per realizzarlo, ai tanti concerti vissuti insieme.

Come mai questo album d’esordio esce solo adesso, anche se siete una band ormai da tanto tempo?

Diciamo che non avevamo fretta di produrre una cosa da rinnegare. Il processo creativo, la maturazione musicale e del linguaggio espressivo non sono meccanismi rapidi e automatici come vogliono farci credere in questi anni. Il percorso che abbiamo compiuto ci ha portato ad affinare caratteristiche e sonorità che ora possiamo difendere e in cui possiamo riconoscerci.  Dentro “Vittoria” è stata fatta una cernita delle canzoni composte in questo lungo periodo e sono stati scelti solo i brani di cui potevamo dirci soddisfatti. Speriamo che l’attesa paghi!

Ho letto che avete partecipato a numerose manifestazioni e vinto diversi premi, quali sono le esperienze che più vi hanno segnato e che vi hanno spinto ad andare avanti?

Sicuramente essere stati selezionati tra i 60 finalisti delle selezioni discografiche di Sanremo, nei festival condotti da Fabio Fazio, è stato uno stimolo importante che ci ha fatto capire che potevamo dire la nostra ed essere apprezzati anche da un pubblico meno indie e più trasversale. Il rock contest di quest’anno è stata un’esperienza totalizzante e la finale un momento che porteremo con noi per sempre: dall’abbraccio di Rachele dei Baustelle, ai complimenti di Dente e Appino. In questa lista non possiamo non citare la nostra partecipazione al premio De André a cui tutti gli artisti vogliono almeno una volta partecipare, anche solo come tributo a Faber.

Ringrazio il cantante della band Francesco Mucè per averci rilasciato questa interessante intervista.

 

Simona Bascetti

Link diretto: www.urbanweek.it/2016/02/best-new-amarcord

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