Piazzatisi onorevolmente al secondo posto del prestigioso “Rock Contest” fiorentino – dove peraltro giocavano in casa – gli Amarcord debuttano con un bel lotto di 11 tracce che si abbuffano di tradizione cantautorale italiana come ricondizionata dai decibel più piacioni dell’odierno rock tricolore (e non solo).

Se l’imprinting ci consegna (ingenerosamente?) una sorta di versione più intellettuale e meno melodrammatica dei Negramaro (su tutte Balene e Vittoria) qualche ascolto più approfondito ci svela anche retrogusti inaspettati (e assai graditi) più vicini alla sensibilità lirica e melodica dei Virginiana Miller o dei Denovo (I nostri discorsiPsicosiStrani giorni) e anche qualche provvidenziale appiglio letterario/cinematografico (Corde amare) che nobilita un songwriting già di per sé accattivante e oculatamente citazionista (basterebbe quel “ti prego non fermarmi le mani” che ricorda momenti vissuti di già). 
All’interno di una cornice su 6 corde che guarda alle frequenze atmosferiche di gente come The Veils, Coldplay o Kissaway Trail trova spazio una rimarchevole trasversalità emotiva che cuce assieme intimismo e frontalità, ironia e romanticismo, realismo e disincanto, sapientemente dosati dall’interpretazione appassionata del bravo Francesco Mucè (anche al pianoforte e ai synth) che affratella sotto lo stesso cielo Mario Venuti, Simone Lenzi, Diego Mancino, lo stesso Giuliano Sangiorgi e un’altrettanto nutrita combriccola di autorevoli fantasmi settantiani. 
Buona la prima, dunque, per questo affiatato manipolo di “combattenti non violenti” (tanto per citare di rinterzo la bella Tutti fermi) che rifugge coscientemente dall’originalità per capitalizzare al meglio un’invidiabile memoria storica (e già il nome che si sono scelti dice tutto) alla luce di una funzionale esterofilia e di una fanciullesca istintività.

 

Antonio Belmonte

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Ultima modifica il Martedì, 19 Aprile 2016 20:06
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